La luce dell'ombra

The British School at Rome
Via Gramsci 61 - Roma
21 febbraio - 8 marzo 2007

Festival della Scienza
Genova
23 ottobre - 23 novembre 2008

 

Epifania dell'essere

“L’essere è, il non essere non è”. Il famoso assioma parmenideo, che affermando l’essere nega il non essere e dunque il discontinuo, il nulla, l’entropia, la morte, risuona nella nostra mente guardando le immagini fotografiche di Lorenzo Scaramella che danno vita ad antiche sculture, capolavori dell’arte classica, immagini di dei olimpici, di eroi, figure archetipali, vere epifanie dell’essere.

La sapiente tecnica fotografica, vera scrittura di luce, di cui Lorenzo Scaramella è maestro, lungi dall’essere una tecnica prometeica che si propone di dominare attraverso l’obiettivo la realtà di un mondo oggettivato è invece tecnica che secondo il senso originario greco è arte, e dunque non modalità di fare, di pro-durre, ma innanzitutto modalità di conoscere ed entrare in contatto con l’essenza.

La sua tecnica consiste in un ‘religioso’ rapporto con l’opera d’arte nella paziente attesa del kairòs, del momento in cui, grazie ad una luce particolarmente rivelatrice di un atteso momento del giorno, essa riveli il suo senso più profondo, l’anima che l’artista ha saputo infonderle, il prodigio del manifestarsi dell’essere.

Lo sguardo di Lorenzo Scaramella non è quello di un impudico scrutatore, ma quello di un ammiratore che vive lo stupore di fronte a quella “bellezza che salverà il mondo” in quanto è manifestazione dell’essere che permane uno ed eterno pur nel molteplice divenire e trascorrere delle forme.

Maria Pia Rosati

 

Vedere Venere

Il modo odierno di vedere un’opera d’arte antica è in stretta connessione con il moderno grado di apprezzamento della cultura classica e con la tendenza del gusto artistico. A parte la valutazione delle valenze storiche e/o artistiche, che necessita delle sofisticate armi della critica, appannaggio degli specialisti, l’approccio più diretto e consueto è la percezione e il godimento della qualità estetica. Un approccio che ha una lunga storia e che può avere una valenza positiva (ammirazione per la bellezza ideale) ma anche negativa (timore ispirato dalla bellezza sovrumana). L’ atteggiamento positivo, di ammirazione moderna delle opere d’arte antiche, è frutto del recupero della cultura classica avvenuto in età umanistica. Ma tra il tardo impero romano e il medioevo le opere d’arte greche e romane, in particolare le statue, ebbero ben diversa fortuna.

La conversione dell’impero romano al cristianesimo produsse inevitabilmente tensioni e conflitti tra religione e cultura. Già nel III secolo gli scrittori cristiani attaccavano non solo i concetti ma anche le immagini pagane, gli “idoli”, il cui messaggio era inconciliabile con i nuovi princîpi morali e religiosi. L’idolo rappresentava il paganesimo, opposto alla vera fede, e il magico demoniaco radicato nelle cose materiali, opposto al potere spirituale fondato sulla parola di Dio.

Le vestigia tangibili degli antichi culti mantennero però un ruolo di grande importanza, dal momento che durante i primi secoli del Cristianesimo le rovine del mondo antico erano ancora visibili e il paesaggio appariva disseminato di frammenti scultorei di divinità pagane. La storia delle arti figurative di epoca medievale, della scultura in particolare, può essere interpretata a un tempo in termini di accettazione e di rifiuto del fascino degli idoli; tra questi Venere, ritenuta massimamente attraente/pericolosa, soprattutto se nuda.

Si condannava la nudità pagana, foriera di tentazione demoniaca e da annullare anche nel licenzioso aspetto fisico, proprio perché portatrice di indicazioni di comportamento esattamente opposte a quelle ammesse dalla morale cristiana. E’ nel Medioevo infatti che si creò l’associazione nudo=antico, che influenzerà anche l’arte rinascimentale. Venere divenne quindi una divinità diabolica (nefanda Venus), dotata di un potere malvagio di tentazione contro la castità e la purezza, e le sue statue oggetto di condanna, morale e fisica, fino all’iconoclastia.

Per lungo tempo l’inspiegabile attrattiva che queste statue ancora indiscutibilmente emanavano verrà additata come una qualità demoniaca. Nel XIII secolo un religioso inglese, Magister Gregorius, scrisse una memoria del suo viaggio a Roma (narratio de mirabilibus urbis Romae). Tra le cose viste egli dedicò un capitolo alle statue di marmo, che ancora costituivano, insieme ai grandiosi ruderi degli edifici antichi, un elemento altamente caratterizzante del panorama della città. Le statue di marmo “erano state quasi tutte cancellate o deturpate”, ma ciò nonostante una di queste colpì vivamente la sua immaginazione: una statua di marmo di Venere, di marmo pario “perfetta per grande e inspiegabile artificio, per cui sembrava più una creatura vivente che una statua: mostrava infatti la sua nudità pervasa di colore rosato, e ancor più il volto. Sembrava a chi la guardava che la bocca nivea fosse palpitante di sangue vivo. Sono stato costretto non so da quale magica persuasione a tornare tre volte a vedere questa statua, e sì che era lontana due stadi dal mio alloggio”.

La personale confessione di Magister Gregorius mostra con grande immediatezza quale consolidato fascino magico avessero le statue classiche; ma l’atteggiamento già ammirativo ci dice che siamo alle soglie dell’età umanistica, in cui vennero riscoperti e nuovamente immessi nella cultura occidentale non solo i testi classici ma anche ciò che restava del patrimonio figurativo dell’antichità.

Ma, a lato di questa nuova tradizione di recupero della memoria dell’antico, la fantasia medievale della malefica statua di Venere continuerà a riemergere nelle tradizioni popolari che l’età romantica raccolse e riversò, insieme alla tradizione medievale, nella nuova letteratura “gotica” e fantastica. Il capolavoro del genere è “La Venus d’Ille” di Prosper Merimée (1837), in cui un’inquietante Venere di bronzo ritiene di essere stata sposata da un giovane che casualmente aveva infilato il suo anello al suo dito, e lo perseguita fino alla morte: “era impossibile vedere qualcosa di più perfetto del corpo di quella Venere; niente di più soave, di più voluttuoso dei suoi contorni; niente di più elegante e di più nobile del suo drappeggio. (…) Tutti i tratti erano leggermente contratti: gli occhi un poco obliqui, la bocca sollevata agli angoli, le narici appena sollevate. Disprezzo, ironia, crudeltà si leggevano su quel viso tuttavia di una bellezza incredibile. (…) Ha qualcosa nell’espressione di feroce, però non ho mai visto niente di così bello (…) ella faceva abbassare lo sguardo a chi la contemplava”.

La tradizione della statua inquietante riemerge ancora con il racconto “The last of the Valerii” di Henry James (1874), in cui è il ritrovamento di una statua di bronzo di Giunone a gettare un giovane sposo nella follia d’amore. La follia finirà con il riseppellimento della statua, così perversamente fascinosa: nonostante l’età moderna sia ormai segnata da un pensiero solidamente positivista e dall’introduzione dell’analisi psicanalitica, la combinazione di passato e di fascino femminile è ancora in grado di sedurre e stravolgere.

Elizabeth J. Shepherd